NIKI APRILE GATTI, ILARIA ALPI, DAVID ROSSI, TUTTI “SUICIDATI”

E’ un duro mestiere…l’esilio…

 

La domenica mattina è, se possibile, ancora più dura. Era il nostro momento Niki, erano le nostre confidenze, il nostro crescere insieme, il nostro confrontarci, il nostro amarci profondamente…

L’Inferno è l’assenza.

Io e te Niki siamo in due punti della stessa corda che non si pezza mai!

Da questa parte dell’Infinito è difficile sai, la schiavitù della materia e le profonde ingiustizie che subiamo, non ci permettono di elevarci ad una Conoscenza Superiore.

Ignobili interessi, mani infami e menti perverse,  non risparmiano al nostro mondo la loro brutalità.

 

Grossi interessi finanziari, ma anche responsabilita’ della magistratura, dietro il “suicidio” in carcere di Niki Aprile Gatti. Sul caso torna ora Elio Lannutti, all’indomani dell’archiviazione decisa dal gip.

* * *

Tutte le strade portano in Inghilterra. Non esiste praticamente nessuno dei recenti casi giudiziari o di cronaca con tante zone d’ombra – dal caso Elisa Claps, con l’esilio dorato di Danilo Restivo a Bournemouth, fino alla sciagura della BP nel Golfo del Messico – che in una maniera o nell’altra non riconduca nelle terre di sua maesta’ la regina Elisabetta. Patria ed origine di tutte le massonerie mondiali. Ma oltremanica ci porta anche una vicenda che ancora brucia nel cuore dei familiari e grida vendetta sul web, dentro i tanti comitati spontanei che chiedono verita’ e giustizia per un caso giudiziario assurdo.
La vicenda, tragica, e’ quella che ha travolto la giovane vita di Niki Aprile Gatti, tecnico informatico presso un’azienda di San Marino. E’ accaduto due anni fa, prima che dal Titano cominciasse ad emergere il fiume di denaro sommerso custodito nei caveau delle banche locali. Ma oggi il caso riesplode grazie ad un’interpellanza al calor bianco presentata nelle scorse settimane da Elio Lannutti, che riconduce le circostanze oscure della morte di Niki agli scandali finanziari aventi come epicentro il piccolo stato autonomo. Il riferimento e’ all’asse Londra-San Marino, lungo il quale corrono gli affari illeciti di giganti della telefonia, da Telecom a Fastweb. Quell’asse lo ritroviamo nell’inchiesta “Premium” (per la quale fu arrestato Gatti) e nella vicenda Telecom Sparkle-Fastweb, un giro di denaro sporco e riciclaggio internazionale da due miliardi di euro e 400 milioni di Iva evasa: nel mirino della Procura romana sono finite, fra gli altri, Telecom Italia Sparkle spa e Fastweb spa, accusate di associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata.
Ma non basta. Perche’ poche settimane fa il gip di Firenze ha accolto la richiesta di archiviazione per le indagini sulla morte di Niki Aprile Gatti presentata dai pm. Dipendente di una delle aziende sammarinesi (la Oscorp) finite nell’inchiesta Premium condotta dal sostituto fiorentino Paolo Canessa, Gatti, 26 anni, incensurato, viene arrestato il 19 giugno 2008 con l’accusa di frode informatica dopo essere stato convocato dall’avvocato del gruppo, Franco Marcolini. Tradotto inspiegabilmente (unico fra gli indagati) nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano, comincia subito a collaborare con gli inquirenti per fare chiarezza. I vip arrestati, nel frattempo, pur essendosi avvalsi della facolta’ di non rispondere, vanno ai domiciliari, mentre per Niki si conferma il carcere duro. Pochi giorni dopo, il 24 giugno, verra’ trovato impiccato ad una corda ricavata da strisce di jeans e lacci di scarpe nel bagno della cella 10 della quarta sezione. E fin da subito gli inquirenti avvalorano l’ipotesi del suicidio, contro ogni evidenza. 30 giorni dopo l’appartamento di Gatti viene completamente svaligiato. La Procura di San Marino archivia la denuncia di furto, ma non si hanno tracce del personal computer di Gatti. «Le testimonianze dei suoi due compagni di cella, fondamentali nel confermare il suicidio, non collimano – tuona Lannutti – e non trova risposta il dubbio sul fatto che lacci di scarpe e strisce di tessuto jeans possano sorreggere un uomo di 92 chilogrammi, cosi’ come non la trova la presenza di lacci di scarpe in un carcere di massima sicurezza o la capacita’ per un detenuto di creare a mano strisce di tessuto jeans».
A completare il quadro delle stranezze arriva un particolare inedito: possibile che tutto questo sia accaduto ad un indagato del pm Paolo Canessa, tanto esperto di questioni finanziarie da risultare nell’elenco dell’Arpa, il tavolo dei magistrati voluto da Via Arenula per una collaborazione a tutto campo fra banche (in primis Unicredit) e Procure della repubblica?

Di pochi giorni fa  queste notizie…

 

Ilaria Alpi, la procura di Roma chiede l’archiviazione

Secondo i magistrati è impossibile risalire al movente e agli autori dell’omicidio dell’inviata del Tg3 avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994

Una immagine di archivio di Ilaria Alpi uccisa in Somalia nel 1994. ARCHIVIO – ANSA

Impossibilità di risalire al movente e agli autori degli omicidi dell’inviata del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, avvenuti il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia, e nessuna prova di presunti depistaggi. La procura di Roma chiude, con una richiesta di archiviazione, l’inchiesta sui fatti di 23 anni fa. A decidere, ora, sarà il gip.

 

A firmare la richiesta di archiviazione, previo visto del procuratore Giuseppe Pignatone, è stato il pm Elisabetta Ceniccola, magistrato che assunse la titolarità degli accertamenti dopo che il gip Emanuele Cersosimo, nel dicembre 2007, respinse un’analoga richiesta di archiviazione sul duplice omicidio disponendo ulteriori accertamenti.

 

Nel provvedimento, circa 80 pagine, firmato dal pm Ceniccola ci sono le risposte ai quesiti posti all’epoca dal gip Cersosimo e la indicazione degli elementi, a cominciare dall’impossibilità di attivare indagini in Somalia, che impediscono di accertare il movente e gli autori degli omicidi. In particolare, secondo quanto si è appreso, è citata anche la sentenza della corte di appello di Perugia che il 19 ottobre scorso, a conclusione del processo di revisione, ha assolto l’unico condannato, il somalo Hashi Omar Hassan, con particolare riferimento all’assenza di qualsiasi indicazione su movente e killer.

 

La parte di inchiesta dedicata ai presunti depistaggi aveva preso le mosse proprio dalle motivazioni della sentenza di Perugia, nella parte in cui si parlava delle presunte anomalie legate alla gestione di un testimone, rivelatosi falso, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, anch’egli somalo. Fu proprio quest’ultimo a chiamare in causa Hassan una volta arrivato a Roma: poi, alla fine del 1997, sparì dalla circolazione salvo essere rintracciato in Inghilterra da “Chi l’ha visto”.

 

All’inviata del programma di Federica Sciarelli, Gelle ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto “gli italiani avevano fretta di chiudere il caso”. In cambio della sua testimonianza, precisò il somalo, ottenne la promessa che avrebbe lasciato il paese africano, dove la situazione sociale era tesissima. Dagli accertamenti, che hanno comportato l’audizione di tutti coloro che gestirono quello che, successivamente, si sarebbe rivelato un falso testimone, non sono emersi elementi tali da configurare un depistaggio.

 

Mps, morte di David Rossi: archiviato il fascicolo sull’istigazione al suicidio

Il giudice per le indagini preliminari Roberta Malavasi ha accolto la richiesta della procura senese. La famiglia Rossi, che non ha mai creduto al suicidio, nelle settimane scorse ha depositato in tribunale una nuova memoria integrativa con un video in 3D che ricostruisce il momento della morte dell’ex capo della comunicazione della banca precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013

…I fatti…

…Dopo 4 anni, la vedova Rossi con i suoi legali ed esperti continua a opporsi, vista la lunga lista di interrogativi rimasti aperti, e mai seriamente presi in considerazione nelle indagini. Giusto pochi giorni fa, è stata depositata una nuova memoria, che rimette in discussione tutte le perizie svolte durante il sopralluogo a Rocca Salimbeni, il 25 giugno del 2016, al comando del Tenente Colonnello Zavattaro dei Carabinieri. Perizie che si basavano sui calcoli cinematici estrapolati confrontando la velocità di caduta tra il video “originale” e quelli registrati durante le simulazioni. Si sarebbe dovuto usare lo “stesso sistema di videoregistrazione dell’epoca”, ma la nuova memoria prova che così non è stato. Tali calcoli sono usati nella richiesta di archiviazione per confermare che la caduta è avvenuta dalla finestra dell’ufficio di Rossi, seppur in modo più rocambolesco, smentendo la prima versione dei magistrati. Calcoli che lasciano però in sospeso anche tutti gli altri interrogativi: come si è procurato l’ex direttore della comunicazione tutte quelle abrasioni, contusioni (ivi inclusa la ferita alla testa) e ematomi che nemmeno i magistrati hanno potuto ricondurre alla caduta? Se è ovvia una colluttazione, dove è avvenuta, dato che i magistrati non hanno trovato tracce nell’ufficio di David?

Ora che i calcoli relativi alla velocità di caduta sono ridiscussi, si alzano nuove ombre riguardo alla dovizia e scrupolosità delle prove raccolte dopo il decesso di David Rossi. Secondo la perizia, il primo video consegnato ai magistrati fu estratto con modalità differenti da quello estratto dai carabinieri durante il loro sopralluogo. E forse persino il modello di registratore era diverso. Tutto ciò renderebbe inefficace ogni simulazione di calcolo della velocità di caduta in quanto la compressione differente delle immagini può portare a diverse ipotesi. Nel caso di David Rossi, si riapre alla possibilità che la caduta sia avvenuta dalla finestra al piano superiore al suo ufficio, dove c’erano lavori in corso compatibili con le tracce ritrovate sulle scarpe della vittima. Tali anomalie aprono anche la strada a ulteriori ipotesi, in primis che i video di tutte le videocamere fossero stati estratti contemporaneamente, ma solo uno finì agli atti come prova, e che possa essere anche stato manomesso in un secondo tempo.
Ciononostante i periti di parte sono riusciti a individuare, nel riflesso di un fanale del veicolo parcheggiato nel vicolo, movimenti alla finestra da cui è caduto David Rossi anche successivamente, quando il suo corpo giaceva morente sul selciato.

Troppe anomalie, troppe domande senza risposte. La mancanza di tutti gli altri video di sorveglianza e le anomalie dell’unico esistente, l’assenza di una lista dei presenti in banca e di indagini approfondite sui tabulati telefonici, gli accessi al suo computer, la presenza innegabile dei segni di colluttazione e di persone all’ingresso del vicolo mentre David moriva.

E una magistratura talmente convinta di dover archiviare, che apre procedimenti penali a carico della vedova per la pubblicazione di una e-mail ritenuta “riservata”, non su richiesta di chi l’ha scritta, ma proprio dalla Procura.

Ricordiamo però…

“Il tempo. Il più grande e il più antico di tutti i tessitori. Ma la sua fabbrica è un luogo segreto, il suo lavoro silenzioso, le sue mani mute.”
(Charles Dickens)

LA VERITA’, ANCHE SE NON RICONOSCIUTA, LA CONOSCIAMO TUTTI!

#Niki…

Non so dirti quando ti rivedrò

non so dirti quanto camminerò

non so dirti come ma correrò

non so dirti dove ma ci sarò.

Ti Amo Shalom

Mammapersempre

 

Fine della conversazione in chat

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3 pensieri su “NIKI APRILE GATTI, ILARIA ALPI, DAVID ROSSI, TUTTI “SUICIDATI”

  1. COMITATO VERITA' E GIUSTIZIA PER NIKI

    NON CI STANCHEREMO MAI!
    PASSERANNO ANCORA ALTRI ANNI?
    NOI SAREMO SEMPRE QUI AD URLARE
    VERITA’ E GIUSTIZIA PER NIKI APRILE GATTI

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  2. Andreina Ghionna

    Cosa deve succedere perchè rispondano alle interrogazioni parlamentari?
    La parola e la tenacia sono le armi con cui chiederemo la verità all’infinito, non ci arrenderemo mai.
    Con Niki nel cuore

    Rispondi

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